Ci siamo amati per finta un Ferragosto

Ci siamo amati per finta un Ferragosto

ed è stato bello e brutto

meraviglioso e inquietante

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è stato

vero e falso.

Le barche bianche riflettevano la luce della luna e mentre la vodka scendeva

lenta

nelle nostre gole, ci dirigevamo verso la festa in piazza.

Lungo le viuzze strette e affollate l’odore delle crepes,

delle caramelle,

di frittura di pesce,

di canne e di sudore

e tu con la mano avvinghiata alla mia, speranzosa,

ma con il cuore dall’altra parte del porto.

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La mia città

Non tornavo nella mia città da circa sei mesi

e tutto mi sembrava uguale a come lo avevo lasciato.

Le strade deserte, sporche di fazzoletti,

di sigarette consumate,

di lattine,

di gatti morti

e la gente ci passa accanto come se fossero dei piccoli monumenti da vantare.

Tra di loro, scommetto, ci sarà uno degli artisti o qualcuno che vorrà emularlo!

Prendo l’iniziativa, getto la sigaretta per terra e la lascio lì

sul ciglio della strada

fumante.

Fosse passato di lì un collezionista d’arte moderna avrebbe sicuramente apprezzato:

Magnifico! Rappresentazione perfetta del decadimento della società moderna, complimenti! Quanto vuole?

Sicuramente avrebbe fatto di tutto per estirpare quel pezzo di marciapiede pur di esporlo nella sua casa a tre piani, fuori città, vicino al lago,

mentre sul terreno dove il marciapiede è mancante la terra e il fango marciscono e impuzzoliscono tutta la via.

Il collezionista però se ne frega poiché adesso lui detiene la “rappresentazione perfetta del decadimento della società moderna” e fiero,

inconsapevole ne faceva parte.

I negozi erano chiusi,

quelli aperti mostravano commercianti senza vita,

assenza totale di colore, decadimento morale dei cittadini

ed io, nativo di questa città,

giudico come uno che ormai è partito lontano, come uno che ormai si è evoluto,

come Pietro rinnega Gesù Cristo,

come le mamme gatte che lasciano i figlioletti dopo averli svezzati.

Un animo, il mio, macchiato da un ego spropositato;

io che adesso penso, vivo ed esisto a 96,6 chilometri di distanza;

io che un tempo piansi alla stazione degli autobus pronto per andar via;

io che adesso me ne frego, accendo un’altra sigaretta e sedendomi sul ciglio della strada aspetto il prossimo collezionista d’arte decadente.

Non tornavo nella mia città da circa sei mesi ma la prossima volta vedrò di far passare più tempo.

Egon Schiele

Sei come uno schizzo di Egon Schiele

nuda

scabrosa

sei introspezione psicologica

sei tutte l’espressione del mio male interiore.

egon-schiele-ragazza-nuda-accovacciata-1Sei contorta

sei dipinta con colori caldi

e provochi spasmi in tutto il mio corpo.

Sei tutte le mie pulsioni represse,

sei le mie tensioni erotiche

Ti compiaci

Mi compiaci.

Ti disegno con le parole e il mio tratto si contraddistingue per la sua purezza e decisione nel tracciare ogni tua parte.

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Sei eterna come l’Arte (che poi sei tu stessa),

come la Santissima Vergine Maria, come tutte le anime celesti.

Ora però ti prego,

Mia arte

Mia santissima ma non tantissimo vergine,

resta ferma ancora qualche secondo, non muoverti dalla posa iniziale, non ho ancora finito di osservarti in tutte le tue

 

nude

scabrose

contorte

movenze.

Ti dedico una poesia anche se non ci conosciamo

Ti dedico una poesia anche se non ci conosciamo

Ed io vorrei

e tu non lo so.

Te la dedico perché quando ti vedo sbocciano i fiori e le parole volano via lasciandomi lì a sospirare a ritmo di vento;

te la dedico perché il mio cuore esplode,

perché i tuoi occhi sono un lago e io non so nuotare, perché ti sogno con estrema puntualità la notte e ogni volta spero tanto che sia tutto reale ma poi mi sveglio e bestemmio.

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Ti dedico questa poesia per vestirti di mie parole e vedere come ti stanno addosso, se troppo larghe o troppo strette

per crearti corone d’oro e d’argento, di rame e di carta di giornale;

per strapparti un sorriso mentre leggi, non importa se grande o serrato,

tanto sei bella uguale;

Per accarezzarti di aggettivi, cullarti con i versi e baciarti ogni volta

che

vado

a

capo.

Ti dedico questa poesia perché vorrei essere te per un giorno, potermi guardare allo specchio e dire:

cazzo che bello!

Poter accarezzarmi le mani, guadarmi nudo, poter sentire i tuoi pensieri e vivere i tuoi sogni belli e gli incubi più oscuri.

Ti dedico una poesia anche se non ci conosciamo e io vorrei

lo vorrei da morire.

E allora chiudo gli occhi,

prendo sonno,

t’incontro,

sorrido.

La storia dello scrittore che si innamorò della ballerina.

Come ogni venerdì lo scrittore di un piccolo paese siciliano si recò presso il parco con il suo quaderno nero sottobraccio.

Quel tardo pomeriggio era straordinariamente gioioso, il sole si era quasi addormentato tra le nuvole ma ancora riusciva a specchiarsi nei laghetti, gli uccellini fischiettavano allegramente le loro ultime note, un dolce profumo di fresie accarezzava tutto il quartiere e una leggera spinta di vento fresco faceva dimenticare, almeno per qualche secondo, le torride sere d’estate di quell’anno.

Una situazione perfetta per scrivere, c’erano tutti i presupposti, erano anni ormai che la penna rimaneva immobile sul quaderno che da tempo ormai aspettava la compagnia di qualche parola, per questo motivo lo scrittore era sempre triste e cupo, con aria apatica ignorò tutte le bellezze che lo circondavano e si sedette su una panchina davanti ad un chiostro barocco, probabilmente.

Sbuffò e lentamente aprì il suo quaderno sperando che una magia riempisse tutte le pagine.

Vuoto, nessuna magia era avvenuta e niente era stato scritto, solo pagine bianche e qualche scarabocchio qui e là, eppure doveva esserci qualcosa che potesse dargli un po’ d’ispirazione.

D’un tratto mentre lo scrittore fingeva di scrivere per vergogna dei passanti che lo guardavano e deridevano, lo stridulo canto di un uccellino attirò la sua attenzione, alzò la testa infastidito e rimase pietrificato, gli si smorzò il fiato ed il suo cuore iniziò a battere all’impazzata:

una ballerina, che sotto il chiostro davanti a lui, danzava.

Danzava e la luce ormai fioca del sole brillava sulla sua pelle pallida, volteggiava e i suoi boccoli argentei, come le stelle punteggiano luminose il cielo la notte, sfioravano le sue spalle e il suo vestitino blu che leggiadro si faceva trasportare dal vento e infine i suoi grandi occhi azzurri, gocce d’oceano rubate, fissavano lo scrittore senza mai distogliere lo sguardo.

Da quanto tempo è qui questa meraviglia!” pensò e continuò ad osservarla imperterrito così tanto intensamente da non sbattere nemmeno le palpebre.

Una visione celestiale, vitalità e bellezza fuse insieme, un cocktail di emozioni che aveva già fatto ubriacare lo scrittore.

Come per magia la sua mano iniziò a muoversi e la penna a scrivere migliaia di parole e intere pagine si riempirono in un batti baleno, ma d’un tratto alzando lo sguardo la   ballerina non c’era più.

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E. Degas – The Star (Dancer on Stage)

Lo scrittore sconsolato ritornò a casa, ma il solo pensiero di poterla incontrare di nuovo gli fece scappare un piccolo sorriso.

Era notte e non riusciva a prendere sonno, non vedeva proprio l’ora di incontrare nuovamente la ballerina.

Il giorno seguente lo scrittore corse al parco alla solita ora e subito si sedette nella stessa panchina di fronte al chiostro.

Passò un’ora, due, tre, sei ore ma della ballerina nessuna traccia.

Quel giorno tornò a casa ancora più cupo del solito e neanche una parola era stata scritta.

Passarono i giorni e lo scrittore non faceva altro che recarsi al parco alla stessa ora, tutti i giorni, sperando di incontrare nuovamente la sua ballerina e poter scrivere altre meravigliose pagine.

Quando un giorno all’improvviso mentre passeggiava tra le viuzze del parco, gli sfrecciò accanto una bicicletta che lasciò dietro di sé un profumo così intenso da far innamorare anche i gelsomini:

La ballerina! La ballerina!” urlò lo scrittore e iniziò a rincorrerla per tutto il parco senza sosta fino a quando la donna arrivata a destinazione scese dalla bicicletta e si mise a danzare.

Da una totale frenesia dettata dalla corsa e dal rischio eventuale di inciampare più volte durante il tragitto, lo scrittore si ritrovò immobile e inebriato da quelle dolci movenze e dalla superba bellezza della ballerina.

E anche questa volta riuscì a scrivere.

Le parole cadevano giù come pioggia e ogni pagina corrispondeva con la fine di un temporale.

Le teneva gli occhi sempre addosso, questa volta non l’avrebbe più persa di vista, non se lo sarebbe potuto perdonare.

Quando però il sole iniziò ad andarsene, la ballerina si fermò, lo guardò, gli sorrise e come per magia si proiettò verso il cielo e sparì davanti agli occhi increduli dello scrittore che scrisse le ultime parole e poi svenne tra i cespugli.

Per giorni cercò di dare una spiegazione a tutta questa vicenda: “forse era un angelo… o forse una strega… o forse stavo sognando?”, ma pensando di essere visto come un pazzo dagli altri cittadini preferì non parlarne con nessuno e cercò di dimenticare tutto l’accaduto.

Passarono molti anni e lo scrittore non raccontò mai di quella sera, ormai era anziano e si era fatto una meravigliosa famiglia con dei figli adulti, dei nipoti e una splendida moglie che amava terribilmente ma ciò che lo rendeva più fiero è che era finalmente riuscito a terminare, in segreto, il suo libro dal titolo: “Lo scrittore e la ballerina”.

Non lo pubblicò né lo fece mai leggere a nessuno.

Quando però lo scrittore in un giorno di bianchissimo e freddissimo inverno si ammalò e si rese conto che ormai era giunta la sua ora, prese il manoscritto e lo donò al più grande dei nipoti, chiedendogli di farlo pubblicare non appena sarebbe morto, ma solo ed esclusivamente se l’opera l’avesse convinto fino in fondo e raccomandandogli di non dire niente a nessuno.

Qualche giorno dopo lo scrittore morì e il nipote, triste, decise di rispettare le ultime volontà del nonno.

Iniziò a leggere.

L’opera è perfetta!” esclamò, fino a quando si soffermò sull’ultima poesia che diceva:

“E lei danzava,

danzava e i boccoli le sfioravano le spalle;

danzava e ogni passo era una parola

danzava e ogni suo respiro era un’eternità.

Leggero il suo corpo si innalzava davanti ai miei occhi pazzi e increduli

per dirigersi lassù dove sostituisce il sole e dove le stelle la chiamano mamma”

Il ragazzo pianse, apportò una piccola modifica al titolo e si diresse dall’editore del paese che ormai da tanto tempo non pubblicava un libro degno di nota.

Non appena finì di leggerlo l’editore si commosse e promise al nipote dello scrittore che lo avrebbe pubblicato nei mesi successivi, si accordarono e si salutarono.

Qualche mese dopo, come d’accordo, il libro venne pubblicato e la gente del paese, incuriosita e incredula, si affrettò ad acquistarlo e se ne innamorò così in fretta da far terminare tutte le copie disponibili.

Il titolo era: “Lo scrittore e la Luna”.

Ogni sera d’estate, negli anni a seguire, tutte le mamme del paese leggevano questa meravigliosa fiaba ai loro bambini che felici chiudevano gli occhi, mentre la Luna danzando tra le stelle li osservava sorridendo.

 

Sono un sognatore maledettamente ostinato

 

Sono un sognatore maledettamente ostinato, lo so, non è bello vantarsene però ne vado fiero e vorrei urlarlo in faccia al mondo che ormai puzza di smog e realismo.

Una volta all’università ho scritto su un banco:

sogno perché sennò vomito”,

qualche ora dopo qualcuno aveva risposto con un sonoro:

Inizia a preparare i secchi”.

Risi, ma in fondo sapevo che, porca puttana, rimaneva solo quello: due belle dita in gola e via con il vomitare pezzi di sogni infranti. Che puzza!IMG_3060.jpg

Sono un sognatore maledettamente ostinato e vorrei tatuarmelo sulla spina dorsale così da mantenerla dritta e rassicurarla che non si sarebbe mai piegata.

Sono un sognatore maledettamente ostinato, ma di quelli veri, convinto, non sono uno dei tanti.

Purtroppo, al giorno d’oggi è più facile chiudere i propri sogni dentro una cassaforte di altissima tecnologia, impossibile da scassinare, piuttosto che seminarli facendo crescere un albero.

Un albero forte e con un tronco spesso e duro, impossibile da abbattere, magari un albero con delle foglie d’oro e poterci salire su, accamparsi li per sempre e con un binocolo, dalla sua sommità, osservare i rovi attorcigliarsi nei cuori delle persone.

Roma era meravigliosa ma tu molto di più

 

Il sapore sulla lingua era quello di Roma centro: caotico ma sublime.

Lei stava con la testa fra le nuvole,

con lo sguardo rivolto verso il Colosseo nascosto tra le foglie degli alberi.

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Il calore nell’aria non faceva parlare e nei sospiri e nelle gocce di sudore ci capivamo.La sera aveva ormai oscurato l’azzurro del cielo e nei sampietrini, ancora bagnati dalla pioggia scorsa, si riflettevano le nostre mani che incollate non intendevano staccarsi.

I ticchettii dei nostri passi facevano parte della grande orchestra che dava vita alla città e noi consapevoli continuavamo a suonare.

Roma era meravigliosa quella sera ma tu molto di più.

Ho lasciato volar via una poesia

Ho lasciato volar via una poesia

ed è stato strano, lo ammetto.

Il foglio era macchiato di parole e nel boato della piazza  sentivo solo 

il pum pum pum 

del mio cuore.

L’ho scritta per te e l’ho lasciata volare sperando ti raggiungesse il prima possibile e così è stato fortunatamente.

Non so come e nella mia mente cerco di immaginare la tua reazione,

poter ascoltare il tuo battito cardiaco,

se accelerato o nella norma,

Poter sentire il tuo respiro e percepire sulla mia pelle la tua ansia, 

se l’hai provata. 

Io guardavo da lontano con la bocca secca e il freddo dentro le ossa.

Lei è volata via ed è voluta venire da te e senza che io lo immaginassi ha percorso chilometri e chilometri poggiandosi infine su uno dei tanti tavolini in quel locale dove lavori.

E tu l’hai vista, l’hai sentita arrivare e l’hai nascosta tra le tue fossette.

Non so se mai sarà stata una mossa giusta lasciarla volare via senza neanche scrivere il mio nome 

Non so se sarà stata una mossa giusta lasciarla volare via.

Spero solo che quelle parole ti bacino, ti accarezzino e sentano il tuo profumo al posto mio che sono solo uno schiavo 

del mio cuore che ormai è armato di penna e cattive intenzioni.

È volata via 

È volata via

È volata via e sono preoccupato perché non so se effettivamente troverà un piccolo nascondiglio nel tuo petto;

Spero di poter scavare il più possibile per allargare lo spazio e se così non dovesse essere spero solo che almeno l’inchiostro ti macchi le dita.

Mi baci e poi taci

Mi baci e poi taci.

La solita storia con te che mi baci e poi taci, ma perché lo fai?

Forse pensi di aver detto tutto con quel bacio? 

No, non hai detto un cazzo, neanche mi guardi e dagli occhi capirei qualcosa: quello che pensi, quello che non hai il coraggio di dire, se ti piace, se ti fa schifo ma non hai altre alternative al momento e quindi fingi. 

Invece tu te ne freghi, mi baci e poi taci e certe volte ti giri pure dall’altro lato. 

Ma alla fine penso che sei fatta così e non posso costringerti a parlarmi se non hai niente da dire o da pensare o da fingere.

Mi baci e poi taci ma mi va bene così perché poi penso al momento in cui, se arriverà, tacerai e non mi bacerai.